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Sulle tracce di Grazia Deledda
Il variegato universo antropologico della Sardegna, o meglio di Nuoro, rivive nelle opere dell’unico Premio Nobel dell’isola, la grande scrittrice Grazia Deledda. Queste le parole che la Deledda dedicava alla sua città natia: "È il cuore della Sardegna, è la Sardegna stessa con tutte le sue manifestazioni. È il campo aperto dove la civiltà incipiente combatte una lotta silenziosa con la strana barbarie sarda, così esagerata oltre mare. Nuoro è chiamata scherzosamente, dai giovani artisti sardi, l'Atene della Sardegna. Infatti, relativamente, è il paese più colto e battagliero dell'isola. Abbiamo artisti e poeti, scrittori ed eruditi, giovani forti e gentili, taluni dei quali fanno onore alla Sardegna e sono avviati anche verso una relativa celebrità".
Agli inizi del XX secolo Nuoro conta poco più di settemila abitanti; ecco come la presenta Grazia Deledda in un lungo articolo apparso su “La Nuova Antologia” del 1901: «L'interno del paese è di una primitività più che medievale, con strade strette e mal lastricate, viottoli, casupole di granito con scalette esterne, cortiletti, pergolati, porticine spalancate dalle quali s'intravedono cucine nere e interni poveri ma pittoreschi. Nuoro ha un Corso lastricato, chiese, caffé, ecc., ma ciò che può interessare è l'interno del paese, le casupole di pietra, nido o covo d'un popolo intelligente e frugale, che lavora e vive tutto l'anno di pane d'orzo, che crede in Dio e odia il prossimo per ogni più piccola offesa...
…Bizzarri tipi attraversano le vie, oltre i paesani coi loro carri tirati da buoi ed i loro cavalli inseparabili, e le donne dagli occhi egiziani, strette nel ricco e pesante costume o poveramente vestite, con canestri ed anfore sul capo: passano i venditori ambulanti; i Barbaricini con cavalli carichi di patate, canestri d'asfodelo, arnesi di legno; le donne d'Oliena con cestini di frutta; il venditore di sanguisughe, che suona un corno per annunziare il suo passaggio; il pescatore di trote; lo stagnaro che grida richiedendo arnesi vecchi di rame, in cambio di quelli nuovi (una specie di zingaro il cui passaggio, dice il popolo, annunzia un cambiamento di tempo, da buono in cattivo); un uomo con una bisaccia, che fa la questua di frumento e d'orzo per la festa d'un santo; un uomo che suona il tamburo, annunziando un bando del Municipio o il prezzo del vino o d'altra merce presso il tale; ed altri ed altri tipi, e finalmente il poeta cantastorie che riduce in versi sardi i più interessanti avvenimenti italiani e stranieri".
Una visita a Nuoro oggi consente di ripercorrere i luoghi cari alla scrittrice in un intenso percorso della memoria: dal quartiere di “Santu Predu”, San Pietro, il rione dei pastori, dove sorge il palazzetto della metà dell’800 dove nacque la Deledda, diventato Museo Deleddiano nel 1983. Custodisce gli oggetti personali ed il materiale da lavoro della scrittrice, fotografie, prime edizioni di alcune opere e una riproduzione foto del Diploma di conferimento del Premio Nobel. Gli ambienti della casa ricostruiscono gli arredi originali e riportano alle atmosfere descritte nelle pagine di “Cosima”, ultimo romanzo della Deledda.
Altro quartiere storico della città è Seuna, quello dei contadini e degli artigiani. Qui si trova il Convento dei Padri Minori Osservanti, dove la Deledda ha frequentato le scuole elementari. “Cosima adesso ha sette anni e va anche lei a scuola - racconta Deledda nel romanzo autobiografico - Il viaggio, per arrivare al convento che serve da caseggiato scolastico, è tutto avventuroso per lei: bisogna scendere per strade strette male selciate, attraverso casette di povera gente, fino alla piazza, le erbivendole con i loro cestini di verdurai … Il convento ha due ingressi, uno per i maschi, l'altro per le femmine: a questo si sale per una breve scaletta esterna, e si entra in un lungo corridoio chiaro e pulito sul quale si aprono le aule: piccole aule che sanno ancora di odore claustrale, con le finestre munite di inferriata, dalle quali però si vede il verde degli orti e si sente il fruscio dei pioppi e delle canne della valle sottostante”.
Percorrendo la vecchia strada per Olbia merita una visita il Santuario seicentesco di Nostra Signora di Valverde, dove si celebra la festa citata dalla Deledda nel suo capolavoro “Canne al vento”: “La domenica dopo Pasqua, Efix andò a una piccola festa campestre nella chiesetta di Valverde… Arrivato alla chiesetta, sull'alto della china rocciosa, sedette accanto alla porta e si mise a pregare”. Vedere Nuoro cercando di immaginarla com’era ai tempi di Grazia Deledda, respirandone i profumi e rivivendone le antiche suggestioni, significa contribuire a rendere un doveroso omaggio ad una scrittrice eccezionale, in grado in un unico afflato impeto narrativo e delicato lirismo.
Testi: Michela Bilotta
NickName :
Redazione
Creato il :
03/05/2010
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