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Nel cuore della Laguna dello Stagnone, tra l’Isola Grande e la terraferma, di fronte alla costa occidentale della Sicilia, nasce una piccolissima isola di appena 45 ettari: Mozia, oggi nota come San Pantaleo. Le ridotte dimensioni non lasciano pensare ad un’importanza storica, eppure Mozia fu una prosperosa colonia fenicia: la posizione strategica e la vicinanza all’ Isola Longa, la resero un obiettivo ambito sia dai Cartaginesi che dai Siracusani.
Fondata nel VIII secolo a.C., sin dall’antichità si distinse per la lavorazione della lana (molti gli stabilimenti presenti sull’isola; lo stesso nome Motya significherebbe filanda). Coinvolta negli scontri tra Greci e Cartaginesi per il dominio della Sicilia, l’isola fu protetta da cinte murarie; ma nel 397 Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, assediò la città e pose fine alla sua esistenza. In età medievale l'isola fu donata dai Normanni all'abbazia di Santa Maria della Grotta di Marsala, dove vi si insediarono i monaci basiliani di Palermo (essi stessi diedero il nome San Pantaleo all'isola, dedicandola al proprio santo fondatore dell'ordine). Alla fine del ‘700, piccoli proprietari terrieri coltivarono l’isola a vigneto (come d’altronde è ancora oggi).
La prima identificazione dell'isola con l'antica Mozia risale al viaggiatore e studioso olandese Filippo Cluverio nel XVII secolo, ma la vera e propria riscoperta dell’isola si deve a Joseph Whitaker, un nobile inglese della fine dell'800, che si stabilì con la propria famiglia in Sicilia e avviò un fiorente commercio di esportazione di vino Marsala.
Nell'antichità una strada collegava la terraferma all'isola, ma oggi la via è sommersa ed erosa dalle alghe; l’innalzamento del livello del mare ha, tra l’altro, inondato gran parte dei resti archeologici, ma per fortuna ancora tanto si offre agli occhi del visitatore.
Attraverso una passeggiata di circa un’ora e 30 minuti, è possibile fare un tuffo nella storia: basta percorrere il sentiero, che permette di effettuare il periplo dell’isola e di scoprire i resti della città fenicia.
L'ISOLA DI MOZIA
All’inizio del ‘900 costui acquistò l’intera isola (la sua abitazione, oggi, è trasformata in museo) e diede inizio a numerosi scavi archeologici, che misero in luce il santuario fenicio-punico del Cappiddazzu, parte della necropoli arcaica, la cosiddetta Casa dei Mosaici, l'area del tofet, le zone di Porta Nord e di Porta Sud e della Casermetta. L’accesso all’isola è consentito solo da due imbarcaderi privati, che oltre a collegare la stessa Mozia alla terraferma permettono di visitare anche le altre isole dello Stagnone.
Nella zona meridionale gli scavi hanno riportato alla luce un’area allungata e relativamente elevata, che probabilmente costituiva l’acropoli, affiancata da due aree più basse: a occidente vi è il cothon (porto interno) della città (all'origine era forse uno stagno o una zona paludosa), mentre verso nord si trova il santuario di "Cappiddazzu”, alle spalle della Porta Nord (principale accesso alla città, nonché la porta meglio conservata). Tra le costruzioni si riconosce un edificio a tre navate, che aveva probabilmente una funzione religiosa. Una serie di pietre tombali e di urne costituiscono, poi, l’arcaica necropoli; di grande suggestione la vasta area sacra del Tophet, un vero e proprio santuario a cielo aperto, dove venivano deposti i vasi contenenti i resti dei sacrifici umani. Due mosaici in ciottoli bianchi e neri, raffiguranti un grifo alato che insegue una cerva ed un leone che assale un toro, caratterizzano la Casa dei Mosaici.
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